CRITICS

Vorrei saper proclamare la dolcezza di fissare sulla tela le anime estatiche e ferme, le cose immobili e mute, gli sguardi lunghi, i pensieri profondi e limpidi, la vita di gioia e non di vertigine, la vita di dolore e non di affanno ( Felice Casorati)

In tempi afflitti da immagini violente o volgari, le tele di Silvia Patrono suggeriscono, finalmente, la naturalezza dei valori del quotidiano. La normalità. Il silenzio. Lo spazio del pensiero.
Una sorta di elogio dell’intimità che rievoca suggestioni vermeeriane.
Un mondo muliebre, ove alla sospensione fisica s’accompagna quella mentale, fatta d’incertezza e apprensione, stati d’animo più spesso pertinenti alla sensibilità femminile. Un garbato immobilismo,corporeo ed emotivo, che smorza tutto ciò che è accidente, rimandandolo al pensiero e alle opere di Felice Casorati, come appare nel colore piano che crea il volume.
Pur nella vaghezza delicata del segno e nel tenue cromatismo della tavolozza, la sua arte è intensa e coinvolgente. Una pittura che si rispecchia in se stessa, condensata in un senso temporale quasi incantato.
In un’ epoca in cui la dignità della femminile viene egualmente violentata, talvolta dalle donne stesse, da due facce d’un identica medaglia - il burka- VS il corpo esibito- la donna, nell’opera di Silvia Patrono, ritrova fatalmente nella semplicità del decoro il suo dovuto e irrinunciabile rispetto.

Francesca Bottacin

Ricercatrice Università degli Studi di Urbino - Storia dell'Arte Moderna

Solitarie figure di donna abitano la tela come creature eteree: dolcezza, grazia, fragilità e introspezione descrivono, nell’opera di Silvia Patrono, una delicata femminilità, evocata con estremo pudore attraverso timidi sprazzi di vanità. Un fermaglio tra i capelli, lo smalto rosso alle unghie, i fiori nell’abito conducono aldilà della dimensione concreta del quadro, dove la materia cromatica tratteggia una primaria emozione. Sguardi trasognanti indicano allo spettatore i meandri profondi della psicologia femminile, intrisa di pensieri e stati d’animo che la stessa autrice trasporta nella sua pittura quando, non di rado, ritrae se stessa. Silvia conosce i suoi personaggi, li confonde nel tenue particolarismo descrittivo che frantuma la fisicità per soffermarsi, invece, nella loro essenza. La predominanza dei colori tenui, vicini all’evanescenza dell’acquarello, porta al superamento delle coordinate del nostro tempo e del nostro spazio verso la trascendentalità  del pensiero umano.

Spesso la scena è ambientata all’interno di stanze surreali dove l’arredo si afferma come presenza casuale, un semplice pretesto per accomodare una postura o suggerire un indirizzo interpretativo  dell’opera. Altre volte, invece, lo sfondo si perde in campiture di colore che spersonalizzano completamente il luogo. Domina il silenzio; anche quando si incontrano più donne, nessun colloquio sembra svilupparsi. La riflessione si fa così profonda e la concentrazione è talmente impermeabile agli impulsi dell’esterno, che nulla più esiste se non la confidenziale relazione con noi stessi …

ELENA CASTELLAN

dal catalogo della mostra personale Diario, 2006

Silvia Patrono mostra un’iniziale aderenza alla forma del reale che però, nell’atto della trasposizione pittorica su tela, si sintetizza fino ad estremizzarsi, dando inattesa vita a immaginifiche presenze. Negli ultimi lavori, l’atmosfera sospesa e magica – contrassegnata dalla frequenza di un animale, quasi sempre il cane - permea di surrealtà gli elementi e i contesti del vivere quotidiano che approdano così al simbolico, moltiplicando verità nascoste e parallele, mai completamente disvelate.

I suoi dipinti restano appesi all’enigma del silenzio, costringendo l’osservatore – curioso – a quel salto sognante che lo porta necessariamente dentro e oltre al dipinto; immaginando quindi il seguito di quella scena che Patrono non spiega e non svolge.

Una narrazione apparentemente monca, carica invece di un agito sotterraneo che dimora nell’ambiguità.

Questo procedimento estetico ricorda senz’altro – anche per temperatura cromatica – i due massimi esponenti della Nuova Scuola di Lipsia, Rosa Loy e Neo Rauch. Gli enigmatici artisti dipingono scene dagli inquietanti intrecci narrativi che ricordano i rebus, dove ogni gesto e ogni oggetto rimanda a una parola o a un’azione non espressa, ma di cui percepiamo la violenza sottintesa. Enigmatico anche il tono del colore.

Così è per Patrono che in alcune “scene” è molto prossima anche ai meccanismi narrativi del pittore Balthus.

Il suo lavoro gode di un respiro antico che ci incastra in capsule mitiche. Prendiamo a esempio la grande tela dal titolo “Rapsodia fiorita”. Una donna agghindata da fiori, arbusti ed edera, è seminascosta dietro a un albero, mentre un giovane cervo alle sue spalle si allontana veloce. La donna sembra fondersi, diventare tutt’uno con l’albero.

Il tema della donna – albero è una costante mitica e tutta la scena, così avvolta dalla luce accecante, sembra proprio suggerire un pilastro mitologico di cui ha ampiamente scritto (cfr. Il bagno di Diana) il filosofo Pierre Klossowsky, fratello del pittore Balthus.

Diana è la dea della caccia. Narra il mito che la Dea sta facendo il bagno nuda. Siamo a mezzogiorno, la luce è accecante, Atteone raggiunge il folto del bosco con i suoi cani per cacciare i cervi. Qui, lo sventurato ha l’ardire di vedere la Dea che, nuda, sta facendo il bagno. Diana punisce il suo sguardo curioso e inopportuno e lo trasforma in cervo. Atteone verrà cacciato e sbranato dai suoi stessi cani.

La visione della Dea è infrazione di un tabù. Questo mito spiega come il Dio non debba essere guardato. E osservando il dipinto di Patrono notiamo infatti che la presenza femminile è nascosta dalla natura, che la ripara, la preserva. Mantiene il suo intimo segreto.

Sono riservate e segrete tutte le presenze femminili esposte in questa selezione di opere scelte per la temporanea “L’ora del lupo”. Giovani donne rigorosamente vestite e accompagnate da un animale, solitamente il cane.

Il cane che è il simbolo della fedeltà, si trasforma in un lupo nel dipinto “Suspension”. Un chiaro segnale di come la parte intima, nascosta e sotterranea del femminile non sia solo rassicurante, fedele e addomestica. Piuttosto nasconda invece un’indole segreta, animalesca e feroce. Ma anche nobile e fiera, come quel lupo totemico che è animale guida, divinità egli stesso, alleato e custode dell’intimità inviolabile del femminile.

Barbara Codogno

Giornalista, critica d'arte e scrittrice

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